Cieli Liberi

Organo di informazione libera, liberale, liberista, libertaria.

Io

Blogger: LongJohnSmith

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

lunedì, 03 ottobre 2005

Credo che ancora una volta solo attraverso l'aiuto americano, gli europei potranno adottare la Turchia nell'Unione Europea. Da un lato mi conforta, ma dall'altro mi da il segno di quanto imaturi e poco decisionali siano gli europei tutti, compresi i turchi. Sono del parere che l'Europa con la Turchia possa divenire ancora più grande, più importante, più libera, più matura. Ma i passi sono davero lentissimi e vederli litigare tutti per Cipro o per la religione, mi da proprio la conferma dell'arretratezza e dell'imaturità europea. La stessa imaturità che ha visto il nostro continente scananrsi con guerre fraticide per secoli e che ha portato alla formazione di imperi e nazismi vari e da cui i tanto denigrati americani ci hanno liberati.


Postato da: LongJohnSmith a 18:02 | link | commenti (11)
cultura, politica, economia

Con la Turchia super Europa
Il 3 ottobre riparte il negoziato
di
Gianni Riotta
La Turchia ha bussato per la prima volta alla porta d'Europa nel 1959: lunedì venturo, 3 ottobre, busserà per l'ultima volta. In palio l'apertura dei negoziati per accettare 70 milioni di turchi come cittadini dell'Unione. L'esame lungo mezzo secolo non può durare in eterno, la decisione finale resta lontana ma è arrivato il tempo di scegliere se aprire o no una vera discussione. La maggioranza dei turchi, classe dirigente e lavoratori, è consapevole che restare oltre il confine asiatico non permetterà il completamento del lento e laborioso processo di formazione dello Stato laico e democratico cominciato dopo il crollo dell'impero ottomano. E passi in avanti sono stati fatti per ottenere il placet europeo: abolita la pena di morte, introdotta nelle scuole la lingua della minoranza curda (14 milioni di persone), rivisti i codici militari e penali.
Le forze che ad Ankara resistono all'assimilazione sono però bellicose: animano la polizia che picchia le donne in piazza a Istanbul, i magistrati che incriminano lo scrittore Ohran Pamuk, i burocrati che angariano i curdi. Per sabotare i colloqui, alimentano subdoli la propaganda antiturca in Germania (la signora Merkel detesta l'idea di Ankara nella Ue) e Francia. Ostacolo dirimente resta il riconoscimento di Cipro, che la Turchia sa obbligatorio per entrare nell'Unione, ma tiene di riserva come fiches nel poker diplomatico. La posta in gioco è storica, per l'Europa e per la Turchia. È giusto che il 3 ottobre sia appena l'inizio del processo e che non un solo paletto dello slalom democratico venga risparmiato ai turchi. È però altrettanto giusto, come ha ricordato sul Sole 24 Ore il padre della mancata Costituzione europea Giuliano Amato, che non ci siano trappole ipocrite e l'animo europeo sia davvero aperto. Se sono, infatti, evidenti i vantaggi che il passaporto Ue darà ai turchi, dall'ingresso in un mercato formidabile alla scelta occidentale senza equivoci, altrettanto palmari sono le difficoltà, dalla mole della nazione candidata, tra dieci anni più popolosa della Germania, all'arretratezza di molte aree, all'emigrazione da integrare. Quel che il dibattito sembra ignorare, ed è miopia che può inficiare tutto, sono i vantaggi dell'Unione nello schiudersi alla Turchia.
Negli anni a venire, di guerra al terrorismo e attrito tra culture, frapporrebbe un formidabile bastione (anche militare) sul confine più delicato. E smentirebbe, nei fatti, i suoi critici più acerbi, anche di parte americana, che dipingono l'Ue come snervata, decrepita, priva di etica. A chi teme lo scontro delle civiltà, un'Europa con una componente islamica laicizzata proporrebbe un possibile, e diverso, modello di convivenza, capace di destare ammirazione a Occidente e a Oriente. La morte precoce della Costituzione Europea, sulle forche elettorali di Francia e Olanda, ha lasciato il continente senza una frontiera di maturazione ideale, facendo stagnare risentimenti e cinismi. Questi umori maligni corrodono le migliori speranze turche e persuadono molti leader don Abbondio a barricare l'Unione dietro i muri di dazi ed esclusioni. È un errore. L'Europa ha il diritto di controllare con severità la crescita democratica della Turchia, ma se riuscisse ad ampliare la propria presenza sul Bosforo darebbe al mondo una fantastica dimostrazione di forza, ideali, capacità di trapiantare le tradizioni nel futuro, di confermare le proprie storiche identità a petto di nuove sfide e tradizioni. Sarebbe un'Europa superpotenza politica, economica e morale.
 
 
 
27 settembre 2005


Postato da: LongJohnSmith a 17:58 | link | commenti
cultura, politica, economia

sabato, 17 settembre 2005

Non vedo l'ora di vedere i comunisti tedeschi e italiani piangere assieme. Non che mi piacia questa Angela cattolica, un altro male dopo quello rosso, ma vedere i comunisti piangere confusi è un birvido di felicità a cui non so resistere e che non ha prezzo.


Postato da: LongJohnSmith a 16:42 | link | commenti (1)
cultura, politica, economia

mercoledì, 14 settembre 2005

Black Red List

La caduta di un dittatore in qualsiasi latitudine storica e geografica, sia venuta da lotte o da cause naturali, è fonte di immensi lutti. Si pensi alla sorte dell’ex Jugoslavia dopo la morte del maresciallo Tito. Si tema, in vista del domani, per la Cuba del dopo Fidel Castro. Paradossalmente, dimenticando le sofferenze dei loro popoli, fermandosi al contingente e in assenza di una prospettiva storica e un’etica, si potrebbe sostenere che certi despoti non dovrebbero mai morire! Venendo a noi, debellato, deposto e catturato il sanguinario tiranno iracheno, quanti "altri Saddam" ci sono ancora oggi in giro per il mondo? Un metodo incerto per identificarli potrebbe essere quello di guardare ai cosiddetti "Stati canaglia" e ai loro leader. Ma, prima di tutto, chi ha il diritto di stabilire quali siano questi "cattivi" paesi? L’espressione ebbe successo già con Bill Clinton e il suo segretario di Stato Madeleine Albright che la adottarono a proposito di Iran, Libia, Iraq, Corea del Nord e Cuba. Successivamente all’11 settembre dal 2001, con maggior forza fu fatta propria da Gorge Walker Bush che aggiunse alla lista l’Afghanistan. A quanto affermano gli studiosi, caratteristiche precise degli Stati canaglia sono: volontà e tentativi di entrare in possesso di armi di distruzione di massa, sostegno al terrorismo, trattamento biasimevole dei propri cittadini, propaganda ostile nei confronti degli Usa che, in quanto nel mirino, si arrogano il diritto di includere nell’elenco, o escludere, questo o quello Stato. Un secondo, possibile approccio potrebbe essere quello di guardare al sistema di governo. Chi comanda al di là o contro la democrazia è, in questa prospettiva, un "altro Saddam"? Ma cosa è mai la democrazia, per esempio, nel mondo islamico e arabo in particolare? Ci si può ben fare tale domanda ove si pensi che perfino il mite ed equilibrato presidente Hosni Mubarak ha di recente invitato gli occidentali a farsi i fatti loro visto che la democrazia sarebbe del tutto estranea al modo di vivere e pensare dell’Islam appunto arabo. Per inciso, è fortemente da dubitare che ovunque, specie nel terzo mondo, si sappia cosa davvero sia la più volte citata democrazia. Dunque alla fine restano forse il coreano del Nord Kim Jong-il, forse Fidel Castro. Ma non va mai dimenticato che, con i continui mutamenti della politica internazionale, il nemico di oggi può domani diventare un fedele alleato, si pensi al Saddam sostenuto dagli americani ai tempi della guerra Iraq/Iran.

Questa è la lista dei peggiori predatori di anime umane esistenti nel pianeta, rossi o neri o religiosi che siano.

 

 

Cuba: Fidel Castro In carica dal 1959. Dopo la rottura con gli Usa è stato a lungo alleato dell’Urss. Sotto embargo dal ’63, ha eliminato l’opposizione.

 

Guinea Equatoriale: Teodoro Mbasogo In carica dal 1979. Alle elezioni del 2002, caratterizzate da brogli e violenze, ha riscosso il 99% dei consensi.

 

Zimbawe: Robert G. Mugabe In carica dal 1980, Padre-padrone dell’ex Rodhesia. Con lui è finita la segregazione razziale. Ma anche le libertà politiche.

 

Uzbekistan: Islam Karimov In carica dal 1989. Dopo l’11 settembre ha soppresso l’opposizione interna. I partiti islamici sono stati bollati come terroristi.

 

Sudan: Umar al-Bashir In carica dal 1989. Nel ’93 impone la legge cranica e inizia una guerra civile contro la popolazione cristiana.

 

Myanmar (ex Birmania): Khin Nyunt: In carica dal 1992. Dietro il generale c’è il potente ministro degli Esteri Shwe. E’ dal ’62 uno dei regimi più repressivi del pianeta.

Eritrea: Isaias Afewerki In carica dal 1993. Addestrato militarmente dalla Cina nel 1966. Dal ’93 ha spento con la forza ogni forma di opposizione.

 

Corea del Nord: Kim Jong-il: In carica dal 1994. Ha reso ancora più dure le condizioni di vita di una popolazione stremata da carestie e isolata come un lager.

 

Turkmenistan: Saparmayrat Niyazov:In carica dal 1999. Nel 2002 ha rinominato i mesi dell’anno con i nomi ispirati a lui e a sua madre.

 

Pakistan: Perzev Musharraf:In carica dal 1999. Al potere in seguito a un sanguinoso golpe. Dopo l’11 settembre è diventato un prezioso alleato. degli Usa.


Postato da: LongJohnSmith a 20:19 | link | commenti (5)
cultura, politica, economia

martedì, 13 settembre 2005

Ogni tanto anche i giudici fanno qualcosa di sensato. Spero che possa ricevere la condanna che merita.

Attentati Gb,sì estradizione Issac

Cassazione rigetta ricorso terrorista

La Corte di Cassazione ha dato il via libera all'estradizione di Hamdi Issac, uno dei responsabili dei falliti attentati di Londra del 21 luglio, arrestato a Roma. I supremi giudici hanno respinto il ricorso presentato dai legali del terrorista eritreo, attualmente recluso nel carcere di Rebibbia. Il rigetto è arrivato dopo un'ora e mezzo di camere di consiglio, da parte della sezione feriale presidieduta da Antonio Morgini.

 

Come ha spiega il legale del governo britannico, Paolo Iorio, le motivazioni della prima corte si conosceranno solo propssimamente. L'estradizione sarà disposta entro dieci giorni su decisione della polizia italiana in accordo con quella inglese. "Soddisfazione" è stata espressa dallo stesso avvocato Iorio, che ha rilevato come la suprema corte, con l'ok all'estradizione per Issac, "ha dato piena esecuzione alla legge italiana e a quella europea".

Di parere opposto Antonietta Sonnessa, che ha difeso Issac. "Sono dispiaciuta, naturalmente, per la pronuncia della Cassazione, ma ora aspettiamo di leggere le motivazioni in cui la sovrana corte motiverà le sua decisione", ha spiegato.

Anche un funzionario di Scotland Yard è stato presente, in Cassazione, all'udienza, alla quale ha assistito il magistrato inglese di collegamento, Stanley Callaghan. Tra le forze dell'ordine presenti c'erano i due agenti di polizia che lo scorso 29 luglio hanno arrestato il terrorista, fuggito dal Londra a Roma, in treno attraverso la Francia.

 


Postato da: LongJohnSmith a 16:13 | link | commenti (10)
cultura, politica, economia

lunedì, 12 settembre 2005


Postato da: LongJohnSmith a 19:14 | link | commenti (1)
cultura, politica, economia


Interrogativi sull’11 settembre

Alle critiche che piovono sull’Amministrazione di George W. Bush per la sua imprevidenza ed inazione di fronte alla minaccia reale dell’uragano Katrina, che ha provocato immani distruzioni in vari stati dell’Unione, si sommano delle rivelazioni che provocano veri interrogativi a quattro anni dagli attentati contro le Torri Gemelle ed il Pentagono, con un saldo di migliaia di vittime.

L’11 settembre 2001, un elicottero della polizia di New York ha sorvolato il World Trade Center due minuti dopo il crollo della prima torre gemella, vittima del peggior atto di terrorismo subito dagli Stati Uniti nel corso della loro storia.

Mancavano 21 minuti al crollo della seconda. “Qualcosa come gli ultimi 15 piani dell’edificio sono in fiamme. E’ inevitabile”, ha detto il pilota via radio.

Qualche secondo dopo, l’altro pilota ha detto: “Non credo che resisterà ancora a lungo. Io evacuerei tutta la gente che si trova nell’area del secondo edificio”. La Polizia di New York ha ricevuto l’appello, gli incaricati degli incendi e del salvataggio, no. In conseguenza di ciò, dozzine di poliziotti e diversi pompieri sono morti nel collasso della seconda torre.

In quello stesso giorno è stata impossibile la comunicazione tra i 50 corpi di sicurezza della città di Washington, della località di Maryland, nello stato della Virginia e del corpo dei pompieri della contea di Arlington, che comandava le operazioni di salvataggio nel Pentagono. Questi errori sono tornati a colpire il pubblico statunitense quattro anni dopo la tragedia che ha posto fine alla vita di 3.000 persone, con la diffusione di migliaia di pagine di trascrizioni di registrazioni delle comunicazioni di sopravvissuti e vittime.

Questi commoventi documenti sono stati consegnati dal Dipartimento dei Pompieri della città di New York, dopo che il quotidiano The New York Times li ha pretesi dal Governo locale in base alla Legge di Libertà d’Informazione.

Perchè i sistemi di comunicazione non hanno funzionato in maniera così clamorosa in un paese la cui superiorità tecnologica è ampiamente riconosciuta?

La comunicazione via radio è basilare per le agenzie di pubblica sicurezza, comprese le incaricate della “prima risposta”, come sono conosciute quelle che rispondono immediatamente alle chiamate dei sinistrati, come i pompieri, la polizia ed i servizi d’ambulanza.

La tecnologia radiofonica è progettata affinchè due o più apparati interconnessi funzionino in un determinato spettro di frequenza. L’11 settembre 2001 non c’era uno spettro assegnato alle agenzie di pubblica sicurezza. E nemmeno oggi c’è. Di conseguenza c’è stato uno scarso scambio tra i dipartimenti di Polizia e dei Pompieri della città di New York, nonostante che dopo il primo attentato contro le Torri Gemelle, nel 1993, sia stato creato un Ufficio di Gestione delle Emergenze nella metropoli.

Per quanto riguarda gli avvenimenti dell’11 settembre è stato rivelato recentemente un documento emesso da un professore di economia, Morgan Reynolds, che è stato capo del Lavoro durante il primo mandato del presidente Bush e che respinge, considerandola falsa, la versione ufficiale sul collasso del World Trade Center (WTC). Considera, come più probabile, che una demolizione controllata abbia distrutto le torri gemelle e l’adiacente edificio numero 7.

Reynolds, che attualmente è professore emerito dell’Università del Texas, ha affermato che le conclusioni scientifiche sul collasso delle Torri Gemelle potrebbero essere la chiave della misteriosa cospirazione dietro i fatti dell’11 settembre. Crede anche che sia quasi impossibile che 19 terroristi arabi abbiano potuto burlare i potentissimi militari USA.

Nelle sue rivelazioni, Reynolds segnala che la versione ufficiale, secondo la quale il carburante incendiato degli aerei avrebbe causato il crollo delle torri, è stata difficile da confutare perchè, nonostante il disaccordo manifestato da molti investigatori, la maggior parte delle prove sono state rimosse dall’Agenzia Federale di Gestione delle Emergenze. Il personale dell’entità ha tolto rapidamente le strutture d’acciaio prima che potessero essere analizzate. Nonostante il codice penale richieda che la prova nello scenario di un crimine venga custodita per l’analisi forense, l’agenzia l’ha distrutta o l’ha imbarcata per l’estero prima che venisse effettuata un’indagine rigorosa.

Il professore ha rivelato alcuni fatti che denunciano le falle della versione del carburante incendiato: ci sono foto che mostrano gente che cammina nella punta della Torre Nord, nella quale ipoteticamente stavano bruciando 10.000 galloni di combustibile dell’aviogetto passeggeri.

Quando è stata colpita la Torre Sud, la maggior parte delle fiamme della Torre Nord erano già scomparse, dopo essere divampate per appena 16 minuti, cosa che rendeva relativamente facile contenerle e controllarle senza un crollo totale.

Il fuoco non si è diffuso con il tempo, probabilmente perchè si è esaurito rapidamente il combustibile e si stava soffocando, cosa indicante che, senza ordigni esplosivi addizionali, sarebbe stato facile controllare gli incendi. Sulla questione, il rapporto assicura che i pompieri del Dipartimento degli Incendi di New York continuano ad essere costretti al silenzio da un rigido ordine del Governo, affinchè non discutano le esplosioni che hanno ascoltato, sentito o visto.

Anche il lacunoso rapporto della Commissione d’Indagine sull’11 settembre riconosce che nessuno dei capi (dei pompieri) presenti, crede che fosse possibile un collasso totale di nessuna delle due torri. Non era mai successo finora che edifici con armatura d’acciaio crollassero in seguito ad un incendio. Fra l’altro l’edificio WTC-7 non è stato danneggiato da un aereo ed ha sofferto solo due incendi minori ai piani 7 e 12 della sua struttura di 47 piani, ma è crollato in dieci secondi. I WTC-5 e WTC-6 hanno registrato violenti incendi, ma non sono crollati, nonostante che le loro travi d’acciaio fossero molto più sottili delle altre.

Considera impossibile anche che il fuoco del kerosene dei serbatoi dell’aereo possa elevare la temperatura dell’acciaio fino a farla arrivare, approssimativamente, a quella di fusione.

Il professor Reynolds conclude affermando che la storia del Governo non ha presentato resti importanti dei quattro aerei utilizzati negli attacchi terroristici. La foto che è stata diffusa del luogo di caduta del volo 93 in Pennsylvania non mostra la fusoliera, nè un motore, nè nient’altro che possa essere riconosciuto come resto di un aereo, solo una punta fumante al suolo. Ai fotografi non è stato permesso di avvicinarsi alla punta, dice alla fine.


Postato da: LongJohnSmith a 19:07 | link | commenti
cultura, politica, economia

In una lettera al
Congresso:
«C'è il rischio di
nuovi attentati»
Bush a pompieri:
«Siete l'orgoglio
dell'America»
Il presidente
a New York per
testimoniare il dolore
 e la voglia di reagire
degli Stati Uniti,
tra le grida
di approvazione
 
NEW YORK
 - "U-S-A, U-S-A".
Così i pompieri
hanno risposto alle parole
del presidente
George W. Bush
a New York
per un sopralluogo
nell'area
del World TradeCenter, 
dove migliaia di persone
sono rimaste sepolte dalle
macerie
delle due torri gemelle
crollate in seguito
all'attacco
dei terroristi di martedì.

Bush ha sventolato
una bandiera 
americana
tra le macerie
del Wtc e ha ringraziato
pompieri e
volontari impegnati nei
soccorsi.
«Grazie per il vostro
duro lavoro.
Siete l'orgoglio d'America»,
ha detto il
capo della casa Bianca
 a un gruppo di soccorritori.

SCORTATO DA DUE CACCIA
 - L'Air Force One,
scortato da due caccia,
è atterrato a La Guardia.
Il presidente degli Usa,
accompagnato
dal sindaco di New York
Rudolph Giuliani e
dal governatore
George Pataki, si è imbarcato
su un elicottero e
dall'alto ha potuto vedere
la zona del Wtc a
Manhattan completamente
 distrutta dall'attacco
dei terroristi. I caccia
non hanno smesso
di pattugliare la zona di volo
dell'elicottero presidenziale,
un segno evidente
della tensione
e del timore che il il presidente,
uno degli obbiettivi
dei piani terroristi,
possa essere
oggetto di un attentato.
Bush è poi atterrato
a Manhattan
per recarsi nella zona
del disastro dove
continua l'opera
dei soccorritori che
scavano
nelle macerie del Wtc.

«POSSIBILI NUOVI ATTACCHI»
- Il presidente americano,
in una lettera pubblica
inviata al Congresso,
aveva precedentemente
detto che «gli Stati Uniti
sono in stato
di emergenza
perchè esistono
ancora rischi per ulteriori
attacchi terroristici».


Postato da: LongJohnSmith a 19:03 | link | commenti
cultura, politica, economia

Richard Picciotto

Ultimo a uscire.

Storia di un pompiere di New York

recensione di Remo Viazzi - 11 settembre 2003

Mentre da qualche ora le televisioni di tutto il mondo commentavano le immagini delle Torri Gemelle in fiamme, rivelando la matrice terroristica degli attentati, gli uomini del New York City Fire Department, ignari di tutto, combattevano la loro battaglia più dura e più avvilente: «Eravamo al lavoro da circa un'ora, e ce la stavamo mettendo tutta, ma non riuscivamo ad intravedere la fine neanche lontanamente. Certo, non avevamo idea di quello che ancora restava da fare, ma era già chiaro che non avevamo fatto un solo passo avanti».

È certamente questo uno degli aspetti più interessanti e suggestivi de "Ultimo a uscire. Storia di un pompiere di New York", il volume con cui Daniel Paisner, l'autore materiale del testo, dà voce e sostanza ai ricordi del comandante Richard Picciotto: il fatto cioè che non vi sia in tutto il libro alcun cenno agli aspetti politici di quell'11 settembre, che avrebbe così profondamente improntato la vita politica del mondo interno per i due anni a venire. Non è poco se si considera che - fin da subito - le enormi implicazioni scaturite da quell'attentato hanno eretto il crollo delle Torri a mero simbolo, perdendo di vista rapidamente i risvolti più tragici e umani della vicenda. Non è tanto il numero dei morti causati dall'attentato a determinare la gravità dell'attacco portato dalle truppe di Al-Queda, quanto il fatto di aver voluto colpire contemporaneamente i luoghi simbolo, le icone, del potere Occidentale. Invece il racconto di Richard Picciotto ci costringe a tornare a focalizzare la nostra ttenzione solo sulle migliaia di vittime civili e sui loro famigliari, per i quali quella DATA continuerà a rappresentare - prima di tutto - il semplice e doloroso ricordo di affetti perduti.

Le pagine del libro narrano in maniera circostanziata il lavoro di una squadra di pompieri chiamata ad intervenire sul luogo del più colossale incendio che la storia della città possa annoverare e che agisce e si adopera rimanendo del tutto all'oscuro delle motivazioni che hanno causato un disastro di tale portata. D'altra parte, pur conoscendoli, nulla sarebbe mutato: né l'impegno, né l'esito dei soccorsi. C'è in Richard Picciotto e nella sua squadra tutto l'orgoglio e l'abnegazione con cui si è chiamati a compiere il proprio dovere, qualità che fanno dei pompieri una "razza" particolare, votata al sacrificio, impavida. Per certi tratte queste caratteristiche appaiono quasi esagerate, fastidiose, al limite dell'autocompiacimento (in perfetto stile patriottico americano), ma non bisogna dimenticare che quel giorno morirono sepolti sotto le macerie 343 pompieri, la maggior parte dei quali sorpresi, ancora al lavoro, dal crollo della Torre nord.

Eppure questi pompieri, apparentemente disinteressati alle ragioni che hanno determinato il loro intervento e la morte di tanti loro colleghi, protesi solo nel tentativo di salvare il maggior numero di vite umane possibile, sono gli stessi che, poche ore dopo, quando George W. Bush avrà già pronunciato la sua "dichiarazione di guerra" al nemico invisibile, il terrorismo, si stringeranno attorno al Presidente e all'ex sindaco Giuliani. Sulle macerie ancora fumanti del World Trade Center proromperanno in un assordante grido "U.S.A., U.S.A.", che rimane nella mia memoria come uno dei momenti più toccanti di quelle giornate trascorse davanti alla televisione; indice e monito del sincero patriottismo statunitense e della sbalorditiva coesione che unisce - nei momenti più difficili - il popolo americano in difesa delle sue, delle nostre, libertà. Un messaggio che traspare anche dalle pagine di questo libro in maniera altrettanto significativa, specie se si ha la pazienza di leggere, ad uno ad uno, i nomi dell'elenco dei 343 pompieri che persero la vita quel giorno e che Richard Picciotto ha voluto riportare integralmente. Si scoprono così - nei cognomi di quei pompieri le radici occidentali degli Stati Uniti d'America, di cui l'Europa tutta (anche quei paesi che non si sono sentiti in dovere di accorrere in sua difesa) è madre e tutto il mondo è oggi frutto: Mojica, Esposito, McGinn, Haldermann, Tarasiewicz, O'Keefe, Watson, Stajk, Laforge, Sikorsky, Saucedo, Kopytko. Il paese delle libertà, che tutti accoglie tutti rende partecipi, vittime e attori, della propria vita politica!

C'è un altro aspetto sorprendente del racconto che vorrei ricordare. Il libro è diviso in due parti sostanzialmente di uguale ampiezza: una prima parte che racconta le ore trascorse all'interno della Torre nord in fiamme, una seconda incentrata sui fatti posteriori al crollo della stessa. La vera odissea dei superstiti comincia proprio allora, quando si ritrovano (una decina di pompieri) vivi sotto la massa delle macerie. Non c'è più nessuno da salvare oltre che loro stessi, tutto intorno è morte e silenzio, che fa da contraltare all'assordante frastuono che ha accompagnato il crollo prima dell'una poi dell'altra torre: «Mentre scendevo di corsa i gradini fra il settimo e il sesto piano, sentii di nuovo quel rumore [la Torre sud era già crollata]. Lo stesso rombo micidiale e spaventoso di ventinove minuti prima. Era impossibile non riconoscere un rumore del genere e, sentendolo avvicinarsi in fretta, capii che cosa significava. Lo capimmo tutti». Ed è proprio quella smisurata massa di pietre il nuovo pericolo cui scampare: riemergere, vedere l'immane disastro da "fuori" e il nemico con cui si era combattuta una battaglia disperata, farsi individuare dai soccorsi, tentare alla fine - da soli - una via di fuga. Tutto questo avviene al di sopra di una montagna infinita di pietre, lamiere, vetri, fuoriuscite di gas, scoppi, gli incendi dei palazzi circostanti: un terreno instabile e insidioso, dal quale non era facile né scontato uscire indenni. Per noi, da casa, il dramma ha il suo epilogo nel momento del crollo vertiginoso delle torri; nel libro invece quel fatto non rappresenta che il momento d'avvio della vera tragedia: essere sopravvissuti ma non essere ancora salvi. Emerge nelle pagine della seconda parte del libro il carattere forte, decisionista, dedito al lavoro, coraggioso (a volte dipinto a tinte fin troppo marcate) che fa di Richard Picciotto un eroe tipico della scena moderna americana, personaggio già pronto per ritagliarsi un suo spazio negli studi cinematografici della West Coast.

 


Postato da: LongJohnSmith a 19:01 | link | commenti (1)
cultura, politica, economia

domenica, 11 settembre 2005

Da quell' 11 Settembre, ogni volta che la sento, ho un brivido al cuore.

Frank Sinatra

New York, New York


Start spreading the news, I'm leaving today
I want to be a part of it - New York, New York
These vagabond shoes, are longing to stray
Right through the very heart of it - New York, New York

I want to wake up in a city, that doesn't sleep
And find I'm king of the hill - top of the heap

These little town blues, are melting away
I'm gonna make a brand new start of it - in old New York
If I can make it there, I'll make it anywhere
It's up to you - New York, New York.


Postato da: LongJohnSmith a 16:26 | link | commenti
cultura, politica, economia

Ultime Considerazioni

utente anonimo in Credo che ancora una...

Archivio

oggi
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005

Foto Recenti